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Sunday, August 25, 2013

   


Vogliamo parlare di lutto o di elaborazione del lutto o di mancata elaborazione? Di quest'ultima sono un esperto, ho fuggito i miei lutti e le loro elaborazioni per più di trentacinque anni con discreto successo. E' stato facile con mia madre, avevo dodici anni ed ero solo in Argentina, cosa potevo fare se non piangere inarticolatamente senza potere o volere dare una voce a quel che sentivo?
Non c'è stato punto più basso nella mia esistenza. Non sono stato mai un bambino molto comunicativo,  ma con lei parlavo-ero il piccolo mulato nato un po' a sorpresa quasi dieci anni dopo la mia fulgida sorellina, la primadonna assoluta della nostra scena familiare, la luce della vita di mio padre, bionda e bianca, le sue sorprendenti iridi azzurre un mistero genetico anche per lui, biondo e bianco veneto-cileno ma con pensosi occhi castani. Aveva sposato mia madre giovanissima india mapuche cameriera a Providencia più per affermare una posizione ideologica che per una qualche più profonda comunanza di sentimenti e di intenti, e credo che lei ne fosse sorpresa e gliene fosse umilmente grata. Soprattutto non poneva nessun tipo di competizione alla sua mite ma gelosa superiorità. Era una donna semplice, una madre povera di parole ma molto generosa di gesti e carezze. Con lei parlavo nel suo dialetto che mio padre nemmeno conosceva e mia sorella comprendeva ma si rifiutava forse inconsciamente di usare: non credo che come role model la sua dolce  mamma campesina potesse avere alcun appeal su di lei.
Io e mamma invece eravamo i due unici  felici abitanti della nostra piccola ruca con una sola porta, indisturbati e dolcemente ignorati dai due più esuberanti coinquilini: era un mondo fatto di tenere parole di tutti i giorni, cucina sempre calda e saporita, lavori di casa condivisi cantando a voce bassa vecchie filastrocche di campagna. Ero stato un bambino cicciottello e un po' lento, a late developer, facile da ignorare per mio padre; le strade di Providencia e la preadolescenza mi avrebbero allungato e indurito senza però che arrivassi mai ad attirare veramente la sua attenzione, che ritornassi a casa pesto e lacero da qualche battaglia di babygang o con un buon voto in qualche materia. Non ero geloso. Era uno stato di cose che non mi addolorava in alcun modo, mi sembrava giusto e logico e non ne avevo mai conosciuto un altro, ed inoltre adoravo mia sorella con l'amore e la riverenza naturale di un fratello più piccolo, resi ancor più fervidi dal fatto che lei mi ricambiasse. Ero stato la sua bambolina vivente da piccolissimo e per quanto le nostre vite corressero divise da uno iato incolmabile di compagnie e contingenze- lei adolescente e già brillantemente proiettata tra gli adulti quando ancora ero un infante attaccato alle gonne della mamma- la sua tenerezza nei miei confronti era sempre viva, sempre evidente, la sua attenzione a me e ai miei piccoli problemi tanto più gratificante quanto più indiscussa la sua posizione dominante nella famiglia. Era quasi come essere amato e considerato dal Professore per interposta persona, ed io e lei la catena umana che saldava l'unione misteriosa dei nostri genitori.
Negli affetti di genitore ne avevo solo uno, e poi un altro augusto parente, un autorevole prozio, un giovane nonno che girava per casa, benchè non mi abbia mai trattato duramente, mio padre, una persona naturalmente indulgente come ogni essere superiore. Sembrò così normale che la tragedia ampiamente annunciata di quel settembre vedesse me e mia madre, una mattina che rimbombava di tuoni e cannoni , spediti insieme dal fratello di mio padre, a me quasi sconosciuto, fervente nazionalista, mentre lui, il Professore, correva alla sua Ute, dove stavano accadendo orrori indicibili, e dove era la figlia.  Era intorno a mezzogiorno quando alla finestra si udì ripetutamente il rombo mostruoso dei caccia a bassa quota e numerose esplosioni lacerarono l'aria di Santiago. Mio zio alla finestra mormorò: la Moneda brucia. Ero piccolo ma il senso catastrofico di queste parole non mi sfuggì. Il mio mondo stava crollando.
 I giorni passarono senza che li potessi contare, chiuso nella casa signorile dello zio dove tutti parlavano a sussurri per non farsi sentire da me, e neanche da mia madre, perlopiù, che se ne stava composta in un silenzio senza lacrime, al tavolo della cucina o in un angolo del salotto, vicino alla finestra, dietro le piante d'appartamento. Tramite mio zio, infine, ricevemmo secche istruzioni da mio padre: un indirizzo vicino a Mendoza, un itinerario da seguire, un indefinito appuntamento. Agli zii la nostra partenza fu di sollievo: ci impacchettarono su un autobus, colmandoci di doni, denaro, cibo per tutto il viaggio; era una vita che mio padre imbarazzava la famiglia, il sangue è sangue ma c'è un limite a tutto, anche questa negra poi, qualche sussurro, sì,  l'avevo udito, non troppo accuratamente sussurrato.
Dio solo sa l'angoscia della povera india, su quel mezzo scalcinato. Cambiammo senza errori a Llaillay, ma quando fummo fatti scendere ben prima del confine... Io, alto ormai più di lei, mi ci stringevo sgomento, senza poter immaginare il suo terrore, che ora mi figuro, a trovarsi in mezzo a quelle montagne fredde, alte, deserte, non un albero, un filo d'erba, una costruzione in vista. Vertiginoso Nulla. Polvere sulla strada e neve sulle vette distanti. Mi immedesimo ora nella sua paura, nascosta per amor mio, abbandonata com'era senza capire bene perchè- in uno spiazzo- todos abajo- dicevano i carabineros- hoy no se pasa hoy, manana, manana.
Al calar della notte risolutamente raccolse le sue cose e mi prese per mano, ero accucciato affranto sul bordo della strada, e ignorata da tutti si incamminò per il Cristo Redentore.



    
                                                 

Il Cristo non lo vidi mai. La strada era un incubo, il passo chiuso per una nevicata precoce. Non avevo mai visto la neve, mi stupì quant'era bagnata. Non c'era ancora il tunnel che che avrebbero finito nell'80; nella neve e nella notte salimmo in un silenzio rotto dai nostri respiri sempre più faticosi. Seguimmo pedestremente chilometri di caracoles prima che mi venisse in mente di provare a tagliarle; la salita era più faticosa ma più veloce, e la pietraia non era impossibile da percorrere laddove la neve era più sottile: andammo così finchè potemmo. Una luce siderale emanava all'inverso dalla terra al cielo, il bianco della neve. Non so quando esattamente superammo il passo, avevo nausea e mal di testa e mi sentivo confuso. Il gelo era acuto ma l'aria secca e leggera, quasi nello sforzo intenso  freddo non si sentiva. Eravamo ben coperti grazie agli zii ma i piedi si erano fatti a un certo punto insensibili. Le dita brillavano bianchissime nel lucore irreale. Seguii mia madre che marciava implacabile come un automa come se fermarsi fosse morire, forse lo era, e mi resi conto che ad un certo punto la strada era in leggera discesa, un pendìo dolce; ma camminammo tutta la notte prima che un enorme autotreno ci superasse.
Si fermò dopo poco e capimmo. Accelerammo disperatamente ed ascendemmo nel paradiso della cabina tiepida. L'autista, scuro, grossi baffi neri, schiarì la voce e disse gentilmente"Yò llego  a Mendoza, Senora". Mia madre scoppiò in un pianto dirotto e non parlammo più fino all'arrivo a quella città. Non credo che l'uomo avesse dubbi su cosa eravamo e da dove venivamo. Non commentò.
                                                  
                                                


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Friday, August 23, 2013

Insomma Michele, sempre Michele. Affittai per suo tramite la mia casa di San Saba ad un onorevole ccd, un amante dell'arte e della coca, le specialità minesiane; erano venuti in contatto attraverso uno dei Cardinali ed avevano entusiasticamente condiviso le loro passioni. Pidiellino, poi, la coca avrebbe mandato il tizio così fuori di testa da provocargli un giorno un episodio psicotico mentre era in compagnia di due trans, con intervento di CC e prime pagine dei giornali per giorni. Ma tant'è; è ancora in gioco, ancora di stanza a San Saba, sempre azzurro: la civiltà sofisticata di questo meraviglioso e incomprensibile paese che è l'Italia si esprime al meglio nella corruzione, è l'unico posto al mondo in cui la corruzione è una  disciplina accademica, metà scientifica e metà artistica, un valore tanto culturale quanto estetico.
  Mi trasferii a via Goito, che era anche più comoda per la mia impresa cilena; mantenni per breve tempo un rapporto interinale col Fungo, Nico mi chiamava volentieri a fare degli  extra per la mia conoscenza dell'ambiente e del lavoro, ma anche questo debole legame si inaridì col tempo. Non sono mai stato bravo a mantenere relazioni a lungo termine di nessun genere oltre quelle che si potrebbero definire contingenze esistenziali. Sono grande ad essere il più cordiale ed affidabile e profondo dei conoscenti ma una frana come amico, fidanzato o qualunque altra cosa richieda impegno attivo. So che nel suo modo brusco e ritroso lui ne soffrì. Il suo sarcasmo su me e Michele, le fidanzatine, era abbastanza atroce e crudele da darmi l'esatta misura del suo dolore  ma per quanto la cosa mi dispiacesse ero e sono sempre stato incapace di superare questo stato di passività esistenziale. Nella mia vita le cose accadono senza che ne abbia responsabilità e a volte nemmeno piena consapevolezza. Ciò mi porta a restare preda di soggetti più attivi di me che prendono le redini della mia esistenza quasi loro malgrado. So fare resistenza passiva se serve ma perlopiù lascio fare. Così faceva Michele con me, lui  un disastro personologico ambulante e pure così pieno di vita, di appetiti, di ferina malignità, ma l'essere più integralmente innocente che abbia conosciuto tanto costantemente, incessantemente fuori di sè passava i suoi giorni.
Nemmeno avrei potuto sapere quanto definitiva di lì a poco sarebbe stata la perdita del mio amico. Sembra che ad ogni svolta, ad ogni progresso della mia esistenza debba per forza pagarla qualcuno: la mia salvezza dal Chile fascista l'aveva pagata mia madre, morta a Mendoza di quella polmonite che aveva contratto a causa del passaggio  a piedi, di notte, del Cristo Redentore con due metri di neve. San Saba l'aveva pagata mio padre, che vi era morto di cirrosi epatica: l'avevo trovato una mattina, per terra nella sua stanza, nel  lago di sangue nero di un'emorragia gastroesofagea, e non sapevo se ero più disperato o stupefatto, se n'era andato senza una parola, senza un grido, senza un rumore, muto come era da anni ed io nella stanza accanto non mi ero accorto di nulla.
La mia affrancatura dalla schiavitù chimico-economica della Camerieria la pagò Nicola.  Da qualche settimana sembrava più affannato e tossiva più del solito, mi raccontarono gli amici, Luca, Albo , Riccardo Reggiani, al funerale; erano i sintomi di uno pneumotorace spontaneo di lieve entità, un classico per un forte fumatore e cocaine abuser come lui, esitato in un primo grave  pneumotorace ipertensivo un giorno in pieno servizio, dolore toracico, dispnea, svenimento con ricovero al Forlanini, inserzione di tubi , drenaggi...E non mi aveva detto niente, lo stronzo, e nemmeno loro, per indifferenza, per risentimento perchè mi ero salvato dal Fungo e da Reggiani e non ero più uno di loro, o chissà perchè. Avrebbe dovuto smettere di fumare, di sniffare, anche di bere ma in fondo lui aveva così poco che lo legasse a questa terra, due anziani genitori, un'esistenza meschina tra fumi di cucina e clienti pieni di merda, il servaggio della droga che inghiottiva il denaro consistente che guadagnava e con quello ogni velleità di proiezione esistenziale, inchiodandolo ad un vischioso presente senza pietà nè desideri. Come me, in fondo, che dovevo a Michele e al dottore del Ps del Policnico e forse alla mia ripugnanza della malattia e del dolore fisico una temporanea salvezza.
 Recidiva garantita, sennò, avevano detto i dottori,  e una notte, a casa a Spinaceto, solo,  non c'era nessuno ad accorgersi di lui, dell'emergenza,  si era lentamente soffocato, ogni inspirazione che andava a spirare nella pleura, comprimendo un grado in più , lentamente , inesorabilmente gli organi interni, stomaco, intestino, cuore, fino alla morte. Non c'era da stupirsi dello sguardo follemente angosciato che Luca ed Albo gli avevano visto nel viso bloccato dal rictus, il torso mezzo dentro e mezzo fuori dal letto a tentare una fuga impossibile dal suo Destino. Era stato troppo fatto o troppo ubriaco per accorgersi in tempo di quanto stava accadendo e cercare aiuto. Aiuto poi da chi? nel palazzone anonimo di edilizia popolare dove stava?, dove chiunque fosse entrato nel suo appartamento, protetto da grate e serrature blindate, il meno che poteva fargli era derubarlo o occupargli la casa, lui ancora preso ad esalare l'ultimo laborioso respiro.


               

Wednesday, August 21, 2013

Il mio passato mi appare oggi come un arcipelago di esperienze disconnesse - a volte così mi sento a cercare di riconciliare le mie persone interiori come  fossero i continenti lontani e incomunicati che sono stati lo sfondo dei miei giorni- forse le sostanze mi hanno fatto questo o gli eventi traumatici che hanno costellato la mia adolescenza. E' così difficile ordinare in una narrazione coerente quello che ho visto accadere a me e intorno a me che lo sforzo di farlo si carica di una vibrazione salvifica- ermeneutica- se riesco a dirlo allora avrà un significato ed io una forma di esistenza e quello che ho fatto poi una sua comprensione. Almeno per me: quello che cerco non è una giustificazione.
Il giorno che ci assegnarono la casa popolare di San Saba lo rammento così: scene smaglianti , ricche, rubensiane di ambienti sontuosi, ma lo sovrappongo a quello in cui , dopo la morte di mio padre, premiarono la mia maturità con lode con una borsa di studio universitaria, l'ultima cortesia di
tio Max
al figliolo del suo Professore, prima di andarsene da San Lorenzo verso lidi meno emotivamente labili dell'Italia, verso palcoscenici internazionali e la world music. Non ricordo più nemmeno se ho ricevuto l'una dall'Architetto vago o l'altra dal sindaco affannato e pure onnipresente, sempre in campo persino ad interessarsi di un  profugo arruffato dal look  extraparlamentare, con cui trovare il tempo di farsi una foto. Tanto più che al tempo della borsa di studio il Chile non era più tanto di moda. Non faceva più tanto paura, l'idea che l'avessimo portato con noi come un contagio, il golpe, non dopo il 1976. Se il paese aveva superato quasi indenne il 1978, si ragionava, la democrazia poteva considerarsi matura, si poteva persino progettare un'alternanza senza temere di finire come noi.

       

Nulla di più lontano da quello che sarebbe di lì in poi accaduto, con buona pace delle politologie ideologiche o anche no, LA MORTE MORALE DI UNA NAZIONE, una democrazia ingrippata nella decomposizione in vita delle idee del Novecento incapaci di esalare un ultimo respiro e togliersi dalle palle. Tutto si perde negli anni horribiles che seguirono. Valori solidarietà relazioni speranze. Tutto si omogeneizza indementendosi nel balletto incessante di Drive In. Pozzetto fa film con Boldi. Pietrangeli fa il regista ai talk show. Gerardo Panno e Alberto Piccinini si integrano alla Rai. Io, il filosofo punk, servo ai tavoli del Coccodrillo.

Saturday, December 17, 2011

Le assistenti sociali del Comune mi presero sotto la loro ala protettiva, quando comunque fu loro chiara l'inadeguatezza genitoriale di mio padre. Non so bene come sia sfuggito in quei giorni all'incubo di un internamento in orfanatrofio. Probabilmente ero abbastanza grande da risultare poco gradito alle suore, cui mi presentarono una volta, all'Istituto San Tarcisio lungo la strada per Velletri, o forse la retta richiesta era troppo alta per il bilancio comunale. Il terrore che mi colse quel giorno, quando compresi sulla sedia di formica nella squallida sala d'aspetto della Superiora che si stava decidendo del mio destino  oltre il vetro fumè della porta del suo ufficio... L'immaginetta agonica del Santo giovinetto riprodotto in plastica di color bianco funereo mi parve il preannuncio di ciò che sarebbe stato di me lì dentro, a giudicare delle espressioni torve dei preadolescenti che mi fissavano dalla finestra che dava sul cortile di terra battuta. Non dimenticherò mai quell' immagine e quei volti cupi di orfani e spostati che mi perseguitarono per molti mesi a venire, quando mi fu infine chiaro che i miei quindici anni e l'ordine immacolato in cui tenevo ossessivamente la nostra stanza e il nostro guardaroba avevano ormai dissuaso le care donne dal prendere ulteriori provvedimenti.
Mi iscrissero però alla Scuola Media Jusepe Garibaldi, alla seconda della sezione E. Forte della mia esperienza di Providencia, dove anche un nuovo alunno di Santiago era un nemico straniero da prendere a sassate ogni qualvolta non ci fosse un adulto nelle vicinanze, mi figurai in molte notti settembrine insonni esotiche torture europee che mi avrebbero inflitto quei misteriosi bambini italiani.
In realtà i ragazzini di Genzano erano buoni come il famoso pane del paese, altrettanto floridi e ben tirati a lucido, figli di mamma accomodanti e ben disposti ad accogliere chiunque sapesse almeno un pò giocare a calcio durante la ricreazione, ed io ero bravo e più alto e atletico della maggior parte di loro. Fui subito per loro un buon compagno, un pò silenzioso, ma accettato e ricercato. Capitai in una classe "sperimentale" sui cui banchi sedevano fianco a fianco la figlia del farmacista e il figlio del bracciante, guidata con piglio donmilanesco da un'insegnante di lettere, una giovane donna di famiglia altoborghese votata ad uno zitellaggio politico-religioso , che alla croce di Francesco esibita al collo univa uno spirito egualitario-sessantottino pieno di calore. Ero un bambino intelligente, certo non come la mia desaparecida sorella,che era stata il genio della famiglia; tuttavia il buon sangue del professore universitario mio padre non si smentiva nemmeno in me.
La buona professoressa non mancò di notarmi, benchè in maniera alquanto diversa da quella delle assistenti sociali. Per lei non ero un caso da seguire ma una persona con cui seriamente relazionarsi, cercando soprattutto di capire cosa volessi veramente. Era la prima volta che qualcuno mi trattava da giovane adulto; ero stato "il piccolo" nella mia famiglia e dopo di ciò lo stato di profugo aveva marcato automaticamente una mia condizione di minorità. Grazie a lei, invece, andare a scuola mi diede autostima, un senso di normalità e una ragione per ricominciare a vivere, vivevo per imparare, l'italiano la matematica la storia; cominciai a leggere avidamente libri, romazi, poesie, tutto quanto mi potesse aiutare a migliorare la lingua. Ricordo le opere di Pavese e di Vittorini della biblioteca di classe, la "Storia della Seconda Guerra Mondiale" di Raymond Cartier, così appassionante e così anticomunista, i canti gitani ed andalusi di Garcia Lorca in una vecchia edizione italiana ingiallita ma con il meraviglioso testo a fronte, oh quanto quanto cupamente consoni al mio profondo nascosto dolore.


Fu allora che tìo Max (ri)entrò nella mia vita. Vidi i manifesti in piazza del programma della Festa dell'Unità di quel settembre, quasi all'inizio del mio secondo anno scolastico in Italia, e quasi cascai per terra a leggere il nome del famoso gruppo musicale di cui Max era stato cofondatore negli anni della UTE, quando era stato studente di mio padre, il famoso ingegner poeta. In quegli anni avevano condiviso ideali e poesia nello scantinato dell'Università in cui avevano sede i club culturali e politici degli studenti; mio padre per il poco che posso ricostruire ero piccolo, cinque o sei anni, era stato un po' un loro padre intellettuale putativo, un poeta pubblicato, un professore militante,  uno che leggeva i suoi cantos alla Pena del Los Parras con l'accompagnamento di Violeta, un affabile mito. Frequentavano in tanti la nostra casa che era sempre piena di canzoni e di ragazzi e del cibo contadino che cucinava mia madre e del vino tinto argentino che piaceva mio padre. Anche se lui era Professore non eravamo ricchi.
Andai al concerto con un tremore nel cuore come si va a un matrimonio o a un funerale. Il mio ricordo di quella serata è confuso e molto emozionale, ero proprio sotto al palco di legno, ricordo bene solo il colore vinaccia dei loro ponchos e ben poco dei loro volti o della folla, colori e sensazioni vivide, come gli odori delle griglie della cucina; così mi sarebbe successo quando anni dopo mi sarei fatto di hashish, una stessa vaghezza selettiva del ricordo. Soffrii come un cane ad ogni nota e riuscii ad intrufolarmi nel backstage. Max mi riconobbe subito nella confusione, con le lacrime agli occhi mi attirò subito a sè, mi abbracciò, mi chiese di mio padre, di mia madre e della sorellina. Ero senza respiro ammutolito dall'emozione e mortalmente sbalordito dall'idea che avessimo abitato per più di un anno nello stesso paesino italiano senza saperlo; Max certo non vi stava molto erano sempre in giro col gruppo a far politica musica  e murales a scuotere le coscienze degli Europei affranti dal fascismo che aveva ingoiato una nazione così simile alle loro, e poi altre a loro ancora più vicine, piene di loro compatrioti emigrati.

                               

Ci venne a trovare alla pensione il giorno dopo. Mi fecero uscire e lui parlò a lungo con il suo Professore; quando rientrai quasi di soppiatto come un ladro erano in silenzio e Max gli teneva le mani.

Seppi poi che aveva preso contatto col Comune e con le Assistenti Sociali. Quando inziò la scuola, andò a parlare con la brava Professoressa.

Durante quell'anno ci mandò costantemente dei soldi e libri e quaderni e vestiti e tutto quello che mi poteva servire per la scuola, per quanto lo vedessi poco per i suoi impegni  ed infine, erano quasi le vacanze ed io stavo  sostenendo gli esami che mi avrebbero diplomato col massimo dei voti, venne a prendermi un giorno con un italiano, un ragazzo molto alto e molto grosso con una folta barba nera e un eskimo e piccoli occhi scuro ravvicinati, quasi strabici. Si chiamava Goffredo.


Avevano una piccola macchina color verde veronese pallido, una Fiat 128. Non ho mai visto nè prima nè  dopo di allora un'auto di un colore così ridicolo. Mi prese da una parte e mi parlò a lungo con dolcezza. Tu sei bravo e intelligente, mi disse, grazie a questi bravi compagni italiani ti faremo studiare, potrai farlo se prenderai sempre buoni voti e se ti prenderai cura del Professore come hai fatto finora.


Salimmo in macchina ed andammo a Roma. Non ci ero ancora mai stato, con stupore mi trovai a percorrere con loro l'Appia Antica, passammo davanti alle Terme di
Caracalla ed ebbi una fugace visione del Colosseo in fondo ad una grande via a sei corsie fiancheggiata da pini maestosi .Trovammo un parcheggio ai piedi della Scalinata dell'Ara  Coeli. Non ci potevo credere quando entrammo in Campidoglio. C'erano dorature affreschi e velluti ovunque e la Lupa di Bronzo. Era un panorama cui Goffredo si sarebbe poi abituato.

Monday, August 15, 2011

Il significato che aveva per me la casa di San Saba non può essere adeguatamente compreso se non ripercorrendo gli anni spaventosi che mi portarono a lei e che lì ho poi trascorso. La dolcezza e la malinconia che mi riempie il cuore a ricordare il dolore e lo strazio attraverso cui sono passato, le immagini i suoni e gli odori di quei momenti fulgidi nella memoria più di cento mille momenti felici, è più misteriosa  ed inesprimibile e potente di qualunque memoria di gioia. La casa di San Saba ed il quartiere nei miei ricordi vibrano di una luce di sofferenza e languore meravigliosa un eterno giorno di sole d'inverno a Roma freddo e brillante e commovente e poi un eterno crepuscolo rosso sangue. La luce del cielo italiano ha per me una qualità di gioia e di dolore fusi insieme che mi trafigge iconizzata  nella mia mente dall'atmosfera dei tramonti nel piccolo giardino di Piazza Bernini e dal senso della mia totale solitudine tra le persone che la riempivano sempre a quell'ora anche in inverno bastava non piovesse chiaccheravano giocavano a carte, si conoscevano tutti come dappertutto in Italia. Era lo spettacolo per me affascinante di una quotidiana normalità che non mi sarebbe mai più appartenuta e da cui allora ero così assolutamente escluso che vi assistevo come alle immagini di un film come dal finestrino di un treno. Pure mi riempiva di calore che ancora sulla Terra vi fosse qualcuno che potesse goderne, era una fiammella di speranza in un mondo buio come può esserlo solo per un adolescente solo. Da solo assistevo alla Messa nell'intima delicatissima Chiesa medievale e restavo solo, forse a pregare, per ore, il cuore colmo fino all'orlo di tutte le lacrime che non potevo piangere e premevano dolorosamente dietro gli occhi. Alle volte qualche vecchio monaco mi fissava più a lungo come a volermi parlare chiedere di quel sentimento che mi leggeva in faccia e  che mi affrettavo allora a portare da un'altra parte tanto lo vivevo ormai come dozzinale, trito e quasi vergognoso.


Avevamo avuto la casa grazie a Max, tìo Max, mi amigo. Prima di San Saba l'esilio era stato una serie di sistemazioni precarie di cui tuttavia era giusto essere grati a chi ce le rendeva accessibili. Mio padre non aveva mezzi non aveva forza non aveva vita rimasta dentro era un guscio vuoto d'uomo. L'ultimo suo sforzo era stato portarmi fuori dall'America Latina e credo che ritenesse di aver assolto definitivamente con ciò ai suoi doveri genitoriali nei miei riguardi. 

Per un periodo fummo alloggiati insieme ad altri rifugiati nei locali per gli ospiti della Scuola della CGIL ad Ariccia, un grande complesso adibito a sede di congressi, convegni e seminari, completamente attrezzato con mense e camere e addirittura attrezzature sportive. Oggi è difficile immaginare quello che poteva essere l'organizzazione di un grande sindacato o partito di allora, tanto più se era il Partito Comunista, e quello italiano era il più forte dell'Europa Occidentale. Compagne prosperose e affettuose. con mani grosse da contadine, cucinavano per noi , pulivano le nostre stanze e lavavano la nostra biancheria. Ero il loro cocco "Poverino", "Poro regazzino" dicevano, conoscevano la mia triste storia di orfano esule, mi riempivano di dolcetti, pizzette caramelle vestiti smessi dei loro figlioli- possedevamo appena arrivati quello che portavamo addosso o poco più- mi dedicavano tutte le soffici attenzioni femminili possibili, sebbene fossi o forse proprio perchè ero totalmente incapace di reagirvi. Non conoscevamo personalmente nessuno dei compagni di esilio che stavano lì quei giorni, ammutoliti e annichiliti come noi dallo shock.

In seguito il Sindaco di Genzano, Gino Cesaroni, comunista ex partigiano vero, deputato, un boss della politica locale da trent'anni, un uomo duro di un'altra epoca e tuttavia molto sensibile alle priorità del partito- stante la nostra situazione di totale indigenza  ci sistemò indefinitamente a pensione in un alberghetto decaduto del Centro Storico- Belvedere, si chiamava, dalla nostra camera una vista mozzafiato sull'orrido del Lago di Nemi, un panorama selvaggio popolato di ectoplasmi arcaici di indefinibili creature mitologiche. Ricordo l'angoscia di certe mattine d'inverno quando una bruma grigia saliva sinistramente dal lago e riempiva il cratere vulcanico di fantasmi o lo spettacolo indimenticabile di un arcobaleno che come una bandiera sventolò un giorno di pioggia da una costa all'altra. Era spaventoso e bellissimo insieme e la mia psiche già abbastanza sensibilizzata dall'esilio e dalla pubertà ne era sopraffatta. Non potevo parlarne con nessuno, tuttavia, non conoscevo la lingua non avevo amici o compatrioti nemmeno all'albergo. Mio padre beveva  tutto il tempo seduto nell'unica poltroncina della stanza senza guardarmi, non si lavava e non si faceva la barba per giorni, spendeva in vino locale a basso prezzo tutto il piccolo sussidio che ci dava il Comune e passavano settimane senza che mi parlasse; scendevo da solo in sala da pranzo per i pasti, uscivo da solo a girovagare per le strade sconosciute del paese italiano, lavavo e stendevo  e piegavo con cura perchè non lo potevo stirare il nostro miserrimo corredo.



 All'inizio avevo accettato il suo silenzio con la cieca fiducia dei bambini negli adulti importanti, pensando che poi si sarebbe sistemato tutto, tutto sarebbe tornato come prima, la tempesta incomprensibile che ci aveva travolto sarebbe finita. Poi cominciai ad inquietarmi, a tentare di chiedergli cosa fosse successo veramente a Santiago quando aveva già spedito me e mia madre in Argentina, affrontando l'argomento alla lontana, con la goffa delicatezza di cui i miei anni erano capaci. Mentre uscivo lentamente dal peggio della mia personale PTSD mi affiorò infine e gli posi un giorno con un coraggio che non credevo di avere, coraggio della disperazione, la domanda principe, cosa fosse accaduto a mia sorella, dov'era finita viva o morta che fosse o che...

Lui si alzò e del tutto inaspettatamente mi tirò la bottiglia che aveva davanti e poi il bicchiere e poi girò attorno al tavolo e mi raggiunse, il viso contorto in un'espressione mostruosa di cui non lo avrei creduto capace e cominciò a picchiarmi prima schiaffi a mani aperte e poi pugni nel più totale silenzio solo il suo respiro affannoso finchè ripresomi dalla sorpresa colla naturale agilità dei miei dodici anni mi lanciai fuori dalla porta giù per le scale e scappai in strada. Era la prima e fu l'ultima e l'unica volta che mio padre alzò la mano su di me, uno scoppio di emotività terribile che non si sarebbe mai più ripetuto, un risveglio brutale ma isolato dall'apatia e dall'abulia in cui sarebbe vissuto di lì in poi. Quando morì anagraficamente era in realtà già morto da anni.  

Wednesday, August 3, 2011

Nel 1994 lavoravo ormai da quasi otto anni per la Banda Reggiani, arricchita sempre da qualche figlio o nipote nuovo che si intrufolava nella gestione. Purchè firmasse assegni a vuoto era ben accetto: fui io stesso testimone di come alla festa del suo diciottesimo compleanno al Fantasie di Trastevere Ruggero dopo la torta ed i brindisi  ed i coretti fosse portato in un angolo tranquillo dal padre. Lì, sotto la vigile sorveglianza sua e del fido e viscido fattorino nano Antonucci : settant’anni e trecento milioni di assegni a vuoto sul groppone, molestatore di sguattere di cucina a centinaia ai bei tempi del CAF, un uomo una piovra, una fedeltà reciproca con lo Squalo incrollabile- Ruggero fu messo a compilare una decina di blocchetti; ora sei grande, solo la firma, grazie. Era passato come una meteora un cugino Porcacchia, defilatosi quando il padre, pilota di linea in pensione, aveva gettato nelle fauci della Bestia Marina di Ostia Antica una bella fetta dei frutti accuratamente coltivati della sua liquidazione.


 Ero stremato e nauseato fisicamente ed esistenzialmente dal lavoro e dalle droghe. Un giorno dalla mia ragazza svenni; lei chiese aiuto a tutti i presenti del palazzo senza che nessuno riuscisse a farmi riprendere i sensi. Giacevo, mi raccontarono, leggermente irrigidito e mi tremavano le gambe e le palpebre ed avevo la bocca chiusa e i denti così serrati che non riuscirono ad infilarci la congerie di preparati che tutti avevano contribuito ad inventarsi, dall’acqua e zucchero al tredici erbe a 45° di Michele. Alla fine qualcuno con un briciolo di cervello chiamò il 118  e mi portarono al Pronto Soccorso del Policlinico. Nel sangue e nelle urine mi trovarono un po’ di tutto; tuttavia il medico che mi esaminò ci passò sopra poiché nulla era nella quantità sufficiente a provocare quell’effetto. Mi mandarono a consulenza uno psichiatra che diagnosticò una crisi isterica e mi prescrisse  benzodiazepine senza potersi immaginare, probabilmente, la quantità che già ne consumavo. Il medico del Pronto Soccorso mi prese da parte prima di dimettermi e mi dissuase dal seguire la prescrizione. Mi consigliò caldamente, invece, di smettere di abusare, di nutrirmi più adeguatamente e di riposare di più. Mi disse che quando ero arrivato avevo la pressione così bassa che le vene erano collassate e mi aveva dovuto infilare un catetere alla giugulare (l’avevo notato con terrore). Avevo livelli di ammonio nel sangue che solo un epatitico e le transaminasi di un alcolista. Bere e drogarsi continuativamente porta a trascurare il cibo vero ed ero anemico come una gravida al nono mese ed avevo gli elettroliti scombinati in un modo che nemmeno un malato renale. Mi chiese che tipo di morte preferissi, se  un infarto, una cirrosi o la rabdomiolisi. Mi fece notare il pallore delle mie labbra e delle palpebre, le unghie deboli e quasi piatte, mi chiese se urinavo spesso sangue, (eh, insomma..) se mi addormentavo spesso con la sigaretta in mano(oddio, un paio di bruciature sul petto..), mi chiese se perdevo capelli ( i miei meravigliosi capelli neri, e lucidi, oddio, un po’..)
Uscii dall’Umberto I intensamente depresso ed anche un po’ paranoico,( la coca..) incerto se rientrare e prendere a pugni il dottore o prendere a schiaffi me stesso. La ragazza mi aspettava e non volle accompagnarmi a casa a nessun costo; avrei dormito da lei- lo sognava da sempre, sesso si dormire mai-  non sarei andato né a lavorare né da nessun’altra parte. Finimmo per cenare a cinese e canne, Michele con noi da quella pettegola che è sempre stato, mi sfogai un poco, ero angosciato che il mio stato fisico e psichico non mi consentisse più di lavorare, angosciato dalla consapevolezza di quanto fosse difficile uscire dal tipo di vita che facevo, sostanze in primis. Michele sentenziò che dovevo cambiare completamente ambiente se volevo davvero smettere; bella roba era il mestiere con cui mi guadagnavo il pane. Con un’alzata di spalle sbuffò “ Affitta quella bomboniera a San Saba,  non ci stai mai, ho una fila di monsignori ed onorevoli che ti ci pagheresti uno stipendio con una bellezza simile sul Piccolo Aventino, e  poi ti regalo una stanza qua finchè non starai meglio e poi Dio provvede.” Michele ci prendeva col mercato immobiliare come con quello dell’arte, era lì che consolidava i suoi miliardi, e ci alimentava d'altro canto la sua rete di insospettabili quanto misteriose conoscenze. Il suo attico alla Minerva con vista sul Pantheon, ad esempio,  fu per anni affittato a Luca di Montezemolo ad una cifra del tutto simbolica. Lo incontrai una volta alla Tazza d'Oro insieme alla meravigliosa dolcissima Edvige un giorno che Michele mi aveva chiesto di accompagnarlo a Roma per fargli firmare il rinnovo del contratto. 
La casa. Mi era costata il sangue di mio padre quella casa e poi  non mi sarei mai lontanamente immaginato che uno potesse legalmente disporre della sua casa popolare a quel modo. Michele rise fino alle lacrime alla parola legalmente. " ...legalmente...legalmente... cretino!" Era la sua interiezione preferita con noi ragazzi mai ad una signora era sempre gentile e un po' sulle spine con le donne “E poi  la tua empresa chilena  va così bene..ti ci paghi i tuoi vizi, CRETINO!"